mercoledì 16 maggio 2012

al cinema - "Hunger" (dramma, di S. McQueen)




TRAMA :

Il film racconta della rivolta attuata nel carcere nordirlandese di Maze all’alba degli anni Ottanta, quando i detenuti dell’IRA, per costringere il governo inglese a dargli lo status di prigionieri politici, diedero prima il via d uno sciopero dell’igiene e successivamente, per iniziativa di Bobby Sands, ad uno sciopero della fame che portò alla morte dello stesso Sands e di altri nove detenuti.


VALUTAZIONE : 8 / 10

McQueen non conosce le regole del pudore. La sofferenza la prende di petto, la esplicita. Non esalta nulla, nè mostra quel gusto sadico per la spettacolarizzazione che talvolta rovina anche pellicole molto valide.


Ma del resto l'unico modo per rendere giustizia a Bobby, questo indelebile martire politico irlandese, era quello di rendere il più vivida possibile ogni sua sofferenza, umiliazione, decadimento.
E il regista inglese lo fa con maestria senza dimenticare quel tocco malinconico che rende la vicenda ancora più toccante (il riferimento è ovviamente alla gioventù di Bobby).
E a rendere il tutto quasi insopportabile sia per intensità che esplicita rappresentazione fisica, c'è la macchina da presa che segue con inesorabile dovizia di particolari le torture e le invivibili condizioni quotidiane a cui erano costretti a sottostare i detenuti.


Non è un film per cuori fragili e stomaci ballerini, il fastidio e la rabbia che incutono diverse sequenze sono frutto della volontà del regista di non lasciarsi andare a moralismi o a sotterfugi per allargare il bacino d'utenza.
E probabilmente non staremmo a parlare di una pellicola così importante (arrivata nei nostri cinema solo 4 anni dopo l'uscita a Cannes) se M. Fassbender oltre a metterci la faccia e le sue indiscutibili doti attoriali, non ci metta letteralmente il fisico, la pelle, il sangue. Diventato quasi uno scheletro con gli occhi aperti, l'interprete tedesco  diventa un'iconica rappresentazione delle torture fisiche e psicologiche subite dal vero Bobby e aiutato dal regista, che pur indugiando un pò troppo nel finale sulla fisicità dell'attore, offre una prova di rara intensità che ha il suo picco nel perfetto scambio di battute con il prete alla vigilia dell'inizio della sua agonia. 





giovedì 10 maggio 2012

dischi - Intercity "Yu Hu" (2012)




GENERE : Indie-pop, pop-rock in lingua italiana


VOTO : 7/10




Primo grande pregio di "Yu-Hu" è che l'altalenarsi delle voci, una maschile e una femminile, non intaccano in nessun modo la costanza qualitativa del disco. Anche se forse gli arrangiamenti meglio si sposano con la voce di Anna e più in generale quando si sovrappongono dolcemente.
Forse il più suadente, accessibile e vario tra i dischi in lingua italiana usciti fino a questo punto dell'anno, "Yu-hu" (seconda prova degli Intercity) spazia con una completa convinzione e sorprendente padronanza nella variazione di registri :  dal powe-pop al cantautorato, dallo chamber pop ad ascensioni dream, passando per l'indie-pop venato di sinfonismi ("Nouvelle Vogue"). Il collante a tutte queste sottili influenze è quindi l'attitudine pop, cristallina e di rado banalizzata, se non quando l'accostamento con qualcosa fatta dai Baustelle è più marcato.
Il tutto condito da melodie limpide, senza giri inutili, dall'alto coefficiente emozionale. Fin troppo gentili, a volte ("Anais" un pò più dura sarebbe stata davvero memorabile). Ma qui parliamo di gusti personali. 
Oggettivamente l'album per quasi tre quarti è compilato da singoli episodi di egual - alto - valore, il calo è fisiologico ed avviene solo quando il numero delle canzoni passa oltre la quantità di 10, anche se va detto che le ritmiche fresche di "Anti" in chiusura sono convincenti.
Lo stile è raffinato, mai sopra le righe, di chiaro e buon gusto. I testi sono narrati quasi ovunque con la giusta dose di malinconia e distacco, e la cui eccessiva colta verbosità rappresenta forse l'unico grande limite all'identificazione e credibilità, nonchè una sorta d'imposizione interpretativa che appare in episodi isolati un pò monocorde ("Mondo Moderno").










martedì 8 maggio 2012

in dvd - Miracolo a Le Havre (dramma,commedia, di Kaurismaki, 2011)




TRAMA :

Marcel Marx, un ex scrittore rinomato e bohemien, volontariamente si trasferisce in esilio nella città portuale di Le Havre, dove la sua professione onorevole, ma non redditizia, di lustrascarpe, gli dona la sensazione di essere più vicino alla gente. Mantiene viva la sua ambizione letteraria e conduce una vita soddisfacente nel triangolo formato dal pub dell'angolo, il suo lavoro e sua moglie Arletty, quando il destino mette improvvisamente nella sua vita un bambino immigrato proveniente dall'Africa nera.

VALUTAZIONE : 7.5

Kaurismaki domina alla perfezione l'arte di sospendere il tempo. 
Se non fosse per un telefono cellulare (tra l'altro un vecchissimo modello) che timidamente compare in un paio di scene, il film sarebbe molto difficile da collocare in un arco temporale. 
Certo non siamo nel dopoguerra ma non abbiamo nemmeno tati elementi per dire che siamo nell'attualità stretta. 
E questa sospensione incollocabile delle vicende che con tocco teatrale Kaurismaki mette in scena in una Le Havre trasognata, rende tutto il racconto sfumato e stralunato, come se si stesse leggendo una favola.
In questo film non c'è violenza, sadismo, sesso, cattiveria gratuita, parolacce, droghe ed è un puro marchio di fabbrica di Kaurismaki il tratteggiare gentilmente anche i personaggi negativi, plasmandoli con quell'espressività che con una sola inquadratura ha reso mille significati.

Un film che trasmette speranza, superamento delle oggettive difficoltà per aggirarne altre più grandi. Un elogio dello spirito di combattimento nel senso più genuino del termine, una sorta di trionfo della solidarietà e del vivere semplice.
I cattivi non fanno paura perchè dissimulano umanità e i buoni non nascondono nulla di acido sotto l'aspetto leale che mostrano allo spettatore. Ogni elemento è sapientemente equilibrato, non tutto è scontato e soprattutto con la giusta tensione emotiva che rende denso e significativo ogni minuto del film.





martedì 1 maggio 2012

dischi - Afterhours, "Padania" (2012)



GENERE : pop-rock, alt-rock


VALUTAZIONE : 5.5 / 10


Quattro anni di distanza tra un disco e l’altro dovrebbero implicare quantomeno un accurato lavoro di editing: taglio, dilatazione, selezione. Insomma di momenti per riflettere sulla tracklist, su ciò che escludere o includere c’è n’è stato. O no? Per questo non riesco a capacitarmi dell’assurda e supponente caparbietà con la quale gli Afterhours negli ultimi due dischi hanno seguitato ad includere pezzi che definire superflui è non solo un eufemismo ma un atto di riverente rispetto e gentilezza. Certo, è da stolti mugugnare sulle felici scelte del passato, rimpiangere le ipnotiche e strazianti suite di ‘Quello Che Non C’È’, la confortante calorosità delle scelte di ‘Ballate Per Piccole Iene’. E fermiamoci qua. Perché ciò che è successo prima del 2001 a mio parere oltre ad essere francamente irripetibile è poco o nulla affiancabile alle vicissitudini artistiche attuali. Anche solo ipotizzare di poter paragonare ‘Hai Paura Del Buio? o ‘Germi’ agli ultimi dischi, anche questo nella fattispecie, sarebbe oltraggioso e privo di qualsiasi fondamento critico. 


Cosa va e cosa non va, dunque in ‘Padania’


“Qualcosa” e “un po’ più di qualcosa”, sono le risposte immediate. Promuovo senz’alcun dubbio le sempre più impattanti aperture e chiusure, marchio di fabbrica indelebile della ditta Afterhours. L’ouverture di ‘Metamorfosi’ è una sincopata, mutante e liberatoria concertazione di rumore e beffardo strazio, la cui ideale coda di redenzione è in ‘La Terra Promessa Si Scioglie Di Colpo’ che con una certa sicurezza posso definire come la canzone più bella che la mente di Manuel Agnelli abbia regalato dal 2005 ad oggi (a mio parere l’ultimo grande pezzo davvero memorabile è stato ‘Ballata Per La Mia Piccola Iena’). Le buone sensazioni sono quindi ampiamente ricollegabili alla prima metà del disco, con indulgenza anche fino a ‘Spreca Una Vita’ (forse il pezzo che nell’accezione più pura del termine rock e nel filtro della voce, ricorda con maggior coscienza dei mezzi il periodo più folle degli Afterhours), seppur con delle epurazioni (‘Fosforo E Blu’ messa lì giusto per ricordare che si tratta della stessa band che ha scritto ‘Siete Proprio Dei Pulcini’ ha un che di stucchevole). 
Canzoni come la title track, al di là dell’ammiccamento emozionale, hanno una sapiente gestione dei tempi, un uso ammirabile della voce e una vena malinconica e disillusa dal fortissimo sapore crepuscolare, che sicuramente valgono la definizione di “classico”. Sullo stesso canovaccio anche ‘Costruire Per Distruggere’, forse ancor più efficace dal punto di vista dei testi. Il ‘Messaggio Promozionale N 1 ha un’impronta chitarristica che ricorda alla lontana qualcosa dei primi Coldplay e non sarebbe neanche male, se l’ironia saccente del testo non fosse quasi insopportabile. 


Nostro Anche Se Ci Fa Male’ inizia a mostrare i primi segni di cedimento del disco, un pezzo fin troppo ricercato e insistente nel pathos e un testo che potrebbe andar bene, fino a quando non intervengono i backing vocals a rovinare il tutto in modo davvero misero. ‘Giù Nei Tuoi Occhi’ gira a vuoto in attesa dell’urlo del chorus, ma annoia a causa della ripetitività del ritmo e una sostanziale incompiutezza che puzza di improvvisazione dell’ultimo momento. Insomma un riempitivo bello e buono, mezzo funk e mezzo punk, nulla di significativo. 
La caduta completa oltre che nel secondo messaggio promozionale che in sostanza si monta e smonta da solo (molti hanno evitato di commentare questi due pezzi definendoli semplici divertissement, ma siccome sono finiti in un disco che viene pagato per intero e non al netto dei due pezzi, allora è giusto giudicarli negativamente), si ha con ‘Io So Chi Sono’ cantata in modo insolito ma fascinoso su una base arrangiata in modo fastidioso che vira sul noise e quasi decolla col passare dei secondi grazie alla linea di chitarra che si aggiunge nel finale, per poi precipitare definitivamente con un coro di bambini che chiude in modo sconcertante il pezzo. 


So che probabilmente quanto sto per dire puzzerà di snobismo anche fino all’altra parte dell’Italia, ma mi sento in dovere di parlarne sia per la profonda conoscenza e ammirazione che ho nei confronti della produzione di quella che comunque resta e resterà una delle mie band della vita. Ho letto e sentito un po’ ovunque in giro di ‘Padania’ come di un disco rivoluzionario, fra i più coraggiosi, urticanti, spiazzanti e aggressivi della carriera della band di Manuel Agnelli. Io mi chiedo su quali basi sono stati fatti simili raffronti. 


Mi viene da pensare che chi usa queste parole con buona probabilità circoscriva la propria conoscenza degli Afterhours a Sanremo o al duetto con Mina con un ascolto (per dovere di cronaca) al disco precedente alle suddette esperienze (‘I Milanesi..’, appunto). Oppure, costruiscono ad arte giudizi, storie e concetti ad uso e consumo del fattore “vendita”. Perché infilare una chitarra distorta in coda o nel mezzo di un pezzo per amplificarne gli effetti dissimulandone la semplicità (‘La Tempesta È In Arrivo’ che ad ogni modo, pur in diverse banalità del testo, non mi sento di bocciare), urlare in modo furioso per un paio di minuti (‘Fosforo e Blu’), dire “cazzo” in modo simil-rappato (‘Ci Sarà Una Bella Luce’, comunque salvabile) non porta a definire queste canzoni come “sconvolgenti” o “spiazzanti”. Allo stesso modo, con una sagace quanto sottile strategia di rappresentazione, gli Afterhours hanno delineato delle sottotracce contestuali per dare un maggior rilievo al “concept” del disco che al di la delle dichiarazioni di facciata non ha la piatta asetticità dei testi di ‘I Milanesi..’ ma nemmeno una linearità emotiva che scava a fondo nelle coscienze. Certo alcuni passaggi sono notevoli (molti sono racchiusi nella già citata chiusura di ‘La Terra Promessa Si Scioglie Di Colpo’) e comunicano con efficacia il disagio dell’immedesimarsi nei valori che dominano le molteplici misere realtà che si susseguono in questi anni, ma l’intimo scalpore dell’inabilità ad espiare le colpe proprie e altrui sono espresse liricamente solo a sprazzi mentre la globalità dei paesaggi poetici sono contingenti a superfici su cui è difficile scavare in quanto troppo aride o didascaliche. 


Padania’ pecca senza dubbio in una ovvia (vista la non più verde età della band) mancanza di urgenza artistica, nella snervante discontinuità qualitativa della scaletta (e di conseguenza nella non esuberante attrattiva al riascolto completo), nell’applicazione talvolta forzata e sistematica della “ricerca” strettamente musicale che porta a soluzioni più bizzarre che spiazzanti. Tuttavia, viaggiare in compagnia degli Afterhours resta un’esperienza consigliabile, anche perché la qualità della produzione (soprattutto nella sovrapposizione dei suoni e nell’abile gestione dei momenti più elettrici dove la voce viene anche sovrastata) è eccellente, pulita, precisa. Manuel canta sempre meglio anche se in alcuni episodi dagli angoli più smussati eccede nell’enfatizzare il lato emotivo. Un disco che se fosse stato privo di diversi e pesanti passaggi a vuoto, guadagnando magari nella dilatazione dei pezzi più validi, avrebbe senza alcun dubbio lasciato una grossa impronta negli ascoltatori. Purtroppo invece la difficoltà nel conciliare l’esaltazione dei momenti più godibili ed il disappunto nel notare che tra essi ci si debba sorbire l’intermediazione di banali saggi di eclettismo, spingono più in direzione di un deterrente al riascolto.

domenica 29 aprile 2012

in dvd - Trespass (dramma,azione di J. Schumacher, 2011)





TRAMA : 

La storia vede una coppia presa in ostaggio da crudeli malviventi durante una rapina. Le cose si complicano quando, in maniera del tutto inaspettata, vengono alla galla una serie di tradimenti e inganni che coinvolgono marito e moglie.

VALUTAZIONE : 4

Nella mia ostinata ricerca di un film che possa far risalire le quotazioni di Nicolas Cage, non potevo esimermi dal guardare questo , partendo da due premesse una buona e l'altra meno. Quella buona (ma mica tanto, comunque) è quella del regista, un Joel Schumacher capace di girare in scioltezza dei buoni film e con altrettanta nonchalance lanciarsi in progetti a dir poco ridicoli; la premessa non buona è che il film originariamente pensato per il cinema sia finito invece direttamente in home video.
Sin dalle prime battute il modus operandi è palesemente dozzinale, banale e stereotipato oltre il lecito. L'ennesima teenager in conflitto con i genitori la cui scappatella che viene trattata (sia dalle musiche di sottofondo, che dalla macchina da presa) come un'operazione alla rainbow six, la moglie terribilmente sola in un appartamenteo principesco, gli elementi di contorno che vengono disposti e ripresi in modo da rimandare così chiaramente ad un imminente pericolo da farmi credere in una comparsa di una sovrimpressione del tipo "Tra dieci minuti questa casa sarà presa d'assalto" e l'incredibile facilità con la quale ciò accade (nessun sospetto al citofono, signor Cage ?).

C'è da dire che Nicole Kidman è l'unica persona che all'interno della casa e del film in generale mostra un minimo di coinvolgimento, assumendo diverse pose credibili e discretamente recitate. E ci si chiede come mai Lei sia finita in un progetto così mal tratteggiato. La risposta è che probabilmente questo è l'ennesimo episodio di una carriera che dai tempi di "The Others" non offre nulla di interessante, quindi forse le gira soltanto male.
Il resto dei personaggi seguono logiche di comportamento tipiche di altre centinaia di pseudo action-drama : una compagine di delinquenti che puntualmente litiga tra loro finendo per ammazzarsi come se nulla fosse, gli ostaggi che vengono malmenati ma che approfittano delle puntuali disattenzioni dei cattivi per rovesciare la situazione, una sorta di attrazione tra qualcuno degli opposti clan, segreti inconfessabili che sbucano fuori di continuo come brufoli adolescenziali, dialoghi verbosi e fuori luogo che per nulla aiutano a creare un minimo di tensione, scene che nulla hanno di spontaneo ed imprevedibile ma che eseguono solo i dettami della brutta sceneggiatura (l'apice del controsenso è quando la ragazza tossica esce con la figlia dei Cage & Kidman con la scusa della ricerca di soldi alla festa da cui era scappata in precedenza).
Insomma, ennesima scelta infelice per Nicolas Cage che comunque se la cava meglio rispetto all'ultimo Ghost Rider, crescendo man mano che il film volge verso il tragico (che poi è anche la parte peggiore) ma comunque ben lontano da livelli accettabili.
Certamente la pellicola e chi gli sta intorno non aiutano, soprattutto nella seconda parte quando il bisogno di rendere più adrenalinica e sanguinosa la vicenda prende il sopravvento a discapito della coerenza.


venerdì 20 aprile 2012

al cinema - L'arrivo di Wang (sci-fi , di Manetti Bros)


TRAMA :


Il film racconta di Gaia, un'interprete di cinese, che viene chiamata per una traduzione urgentissima e segretissima. Si troverà di fronte Curti, un agente privo di scrupoli che deve interrogare un fantomatico signor Wang. Per la segretezza l'interrogatorio viene fatto al buio e Gaia non riesce a tradurre bene...Quando la luce viene accesa, Gaia scoprirà perché l'identità del signor Wang veniva tenuta segreta. Una scoperta che cambierà per sempre la sua vita...e non solo.


VALUTAZIONE : 6,5


Dopo il non proprio esaltante "L'ultimo terrestre" il paranormale per eccellenza torna a fare capolino in un altro prodotto di nicchia della nostra non fortunatissima cinematografia di genere."L'arrivo di Wang" segna il ritorno dei Manetti Bros, talentuoso duo di registi che finora ha disseminato interessanti input visivi e d'intuizione registiche mancando (ma poi non di molto, in relazione alle non numerosissime prove avute a disposizione) il bersaglio grosso, se non altro anche per i budget non altissimi (Piano 17 si dice sia costato 70.000 euro).
Ma il talento c'è, cosicché la notizia del loro approdo in territori sci-fi ha destato la mia curiosità e quella di molti altri cinefili che tengono a cuore le sorti degli autori del cult "Zora la Vampira".


"L'arrivo di Wang" ha uno stile come sempre personalissimo, teso, frenetico, tutto giocato sul forte connotato emozionale delle espressioni dei protagonisti e sul rovesciamento estremo delle carte in tavola che capovolgono prospettive e senso dell'azione.
Il film ha il grosso merito di tenere inalterato il livello di attenzione e coinvolgimento sin dal primo fotogramma fino alla parte finale. Certo alcuni aspetti della realizzazione (come il personaggio dell'inquisitore, l'inattendibilità di tutti quelli di contorno, i flashback un pò fuori luogo che sarebbe stato meglio se fossero stati sostituiti da un antefatto, la parte della fuga con il didascalismo di facciata della telefonata ad AMNESTY INTERNATIONAL) ridimensionano il risultato finale che cala ancora nelle ultimissime battute quando il bisogno di spettacolarizzare - molto condizionato nella resa dalla grezza realizzazione tecnica - a tutti i costi una vicenda che nell'equilibrio della sottrazione aveva trovato la sua ragion d'essere, banalizza un pò la sceneggiatura che tuttavia disseminando numerose esche contraddittorie porta a casa il risultato soprattutto in termini di "effetto sorpresa" e coraggio.





venerdì 13 aprile 2012

La benzina di Dio.




Il Vaticano gode sul territorio italiano di enormi sgravi fiscali, privilegi sostanzialmente illimitati, potere tacito e palese.

Tuttavia in un esempio (non banale) come la benzina, fa vita e prezzi del tutto indipendenti dal resto del territorio.

Solo da noi.

giovedì 12 aprile 2012

Un voto ? 4 €. Aiuti la distrofia ? Peggio per te.



Si è ormai capito che la politica è arrivata ai minimi storici in quanto a popolarità e consensi pubblici.
Non tanto le storie personali di chi ci rappresenta in parlamento (difficile trovare un deputato che non abbia sulle spalle un processo o una condanna di qualsiasi genere), quanto l'intero movimento legislativo di stampo tipicamente conservatore di privilegi, iniquità e disparità di ogni genere, ci porta a pensare che tutte le basi sulle quali poggiano i meccanismi politici italiani debbano essere ripensati da zero. Meglio ancora se i partiti politici fossero del tutto depennati dal nostro ordinamento.

Si può dire senza tante forzature che l'ultimo vero partito politico italiano sia stata la Democrazia Cristiana di Andreotti e che nell'ultimo trentennio si siano avvicendati pochi profili umano-politici degni di nota che purtroppo non hanno avuto sostegno adeguato dall'elettorato. Dall'avvento della seconda repubblica in poi è stato tutto un continuo avvicendarsi di scandali, processi, attentati.
Ultimo in ordine di tempo è lo scandalo legato all'uso del denaro pubblico da parte dei partiti.
Mi viene da pensare, come mai Monti che sta attuando misure che definire estreme è dire poco, rinuncia e rimanda continuamente ad una seria riforma riguardo la trasparenza e la quantità di denaro da destinare ai partiti ?
Beh semplicemente perchè facendolo, non riuscirebbe più a lavorare serenamente ed ogni suo provvedimento incontrerebbe le resistenze di questo cancro che attanaglia l'Italia.
Gli ha tolto le auto blu, ma ha dato loro un indennizzo di 40000 euro l'anno per l'uso della macchina propria.
Inasprisce qualsiasi tipo di tassa, infila qualsiasi tipo di accisa immaginabile nella benzina, ma non tocca quel sistema indecente per cui un privato cittadino che finanzia un partito può beneficiare di uno sgravio fiscale 51 volte più favorevole rispetto a chi versa un contributo alla ricerca sulla leucemia infantile?

Oggi chi dà 100 mila euro a un partito può continuare a risparmiarne 19 mila, visto che la detrazione del 19% è ammessa fino a un tetto di 103 mila euro, mentre chi dona la stessa cifra alla ricerca sulla distrofia muscolare ha uno sconto massimo di 392 euro: perché in questo caso il tetto della detrazione è di 2.065 euro.

Perchè i disegni di legge (ideati da Alemanno e di Pietro qualche anno fa) per ovviare a questo assurdo paradosso non sono mai stati ratificati in legge ?

Perchè oggi invece sta per essere approvata una proposta di legge che innalza dal 19 al 70 per cento la detrazione fiscale per i finanziamenti privati alla politica e portando il tetto per ottenere quel beneficio da 103 mila a 200 mila euro. Disegno di legge il cui esame è già iniziato insieme  ad altri, con incredibile solerzia, alla commissione Affari costituzionali della Camera. Traduzione: mentre oggi chi versa 200 mila euro a un partito può risparmiare al massimo 19.570 euro, se passasse questa proposta potrebbe caricarne sulle spalle dei contribuenti 140 mila.
Quanti soldi sono, nessuno, tranne l’Agenzia delle Entrate, è in grado di dirlo. All’inizio del 2006 è stato infatti portato da 2.500 euro alla rispettabile cifra di 50 mila euro il tetto al di sotto del quale una «erogazione liberale» a un politico o alla sua formazione può tranquillamente restare anonima.

E nel resto d'Europa :

Francia : 80 milioni incassati dai partiti come rimborso spese elettorali

Gran bretagna : i partiti sono finanziati da quote d'iscrizione, aziende e solo in parte soldi pubblici

Germania : Rimborsati 0.85 centesimi a voto, 133 milioni totali nel 2010

Italia : Rimborsati 4 euro a voto, 503 milioni totali per le politiche del 2008

Perchè da noi non è possibile finanziare i partiti con sole donazioni private come in America ?
Perchè poi incassare il 40% in più di quanto speso non sarà possibile e il sogno di felicità dei nostri amati leader politici saranno infranti.

mercoledì 11 aprile 2012

al cinema - "Ghost Rider : Spirito di vendetta" (azione fantasy, di Neveldine/Taylor)



TRAMA :

In Ghost Rider 2 Nicolas Cage torna a calarsi nei panni di Johnny Blaze. In questo nuovo capitolo della saga, Johnny è ancora alle prese con la maledizione del cacciatore di taglie del diavolo, ma dopo l'incontro con il leader di un gruppo di monaci ribelli, sembra disposto a tutto pur di salvare un ragazzino dalle grinfie del diavolo, e liberarsi una volta per tutte dalla maledizione che lo perseguita.



VALUTAZIONE : 2,5/10

Non è che mi inietta del narcisismo parlar male dei film in cui compare Nicolas Cage, al contrario sta forse diventando una questione di principio quella di persistere nella visione dei suoi lavori alla disperata ricerca di un "ladro di orchidee" o "L'uomo delle previsioni" che possa rilanciare le sue quotazioni artistiche. In realtà mi accontenterei anche di molto meno, magari qualcosa di dolce per la famiglia come "The Family Men" o un action coerente come "Lord Of War". Ma niente. Il buon Nickie continua imperterrito ad accettare progetti
sempre più ridicoli e questo secondo, inguardabile, capitolo delle gesta del Rider più famoso dei fumetti, speriamo sinceramente  possa rappresentare il classico punto di svolta all'interno dell'inquietante strada che sta prendendo la carriera dell'attore nipote di Francis Ford Coppola. Si, perchè a lui ci tengo, vedrò sempre i suoi film e credo che sinceramente  non gli possano capitare a tiro tre film peggiori dei suoi ultimi tre : questo, "Solo per Vendetta" e "L'ultimo dei templari". Nella fattispecie non credo che si possano allineare nuovamente alla perfezione tutti nello stesso momento gli elementi che rendono un film pessimo come accade per questa pellicola.

Non so se avete avuto la sfortuna di vedere una serie tv inglese di un paio di anni fa, intitolata "Demons". Ecco, io ho avuto l'onore di arrivare a vedere quattro episodi. Guardando alcune scene di "Ghost rider : spirito di vendetta" mi è venuta in mente quella pietosa serie horror di serie Z. Ad accomunarli l'involontaria comicità dei personaggi che dovrebbero incutere timore o tensione, il pessimo make-up degli stessi e le scelte registiche che sembrano addirittura portare alla mente i Power Rangers (mi riferisco in particolare al personaggio che il diavolo trasforma in una sottospecie di pallido demone tarantolato dalla chioma bianca).
Il film gira attorno a pseudo scene d'inferno (in effetti il momento girato sul cantiere è visivamente efficiente) collocate in mezzo ad ambienti popolati da infimi figuranti che non meriterebbero di recitare nemmeno in un teatro scolastico. La scelta di produrre il film in Est Europa ha avuto la ricaduta di popolare il film di comparse e personaggi secondari la cui miglior esperienza è stata probabilmente in qualche fiction polacca, a cui si aggiunge un Nicolas Cage privo di ogni credibilità e carisma che forse diventa più espressivo quando assume le sembianze di uno scheletro infuocato.

Aggiungendoci a tutto ciò un modo di gestire la narrazione e le scene più adatto al trailer di un videogame (orrendi e inutili gli stacchetti  che vorrebbero sdrammatizzare), un tono che non ha mia una seria presa di posizione tra il serio e l'ironico (quando vuol far paura annoia e quando vuol risultare simpatico snerva), una suspence che è meno di zero e una così abbondante mistura di didascalismi, scene macchiettose e voci fuori campo usate a piacere, beh capirete che se proprio volete buttare sette euro al cinema, tanto vale consumarli al bar.